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DATA: 10-11-2009
TITOLO: INTERVISTA ESCLUSIVA DI CESARE PETRILLO A LIBERAZIONE

Intervista esclusiva a Cesare Petrillo, direttore di Teodora Film (Liberazione 10 novembre 2009)

"IL CONFLITTO DI INTERESSE NON RIGUARDA SOLO LE TV. ECCO COSA ACCADE NEL CINEMA"
di Davide Turrini

«In Italia se si prova a dire qualcosa di oggettivamente vero ci sono un milione di suscettibilità che vengono toccate». Parola di Cesare Petrillo, co-direttore della Teodora Film, società di distribuzione italiana che porta a fatica in sala da più di un decennio almeno cinque titoli l’anno, rimanendo un’azienda in attivo. «Questa è la vera domanda da cui partire: è possibile fare film in Italia senza il sostegno di Rai, Mediaset o Sky? Per questo chiunque è costretto a star zitto. Io no, però, perché non me l’ha ordinato il medico di fare questo mestiere. Parlo e divento il rompicoglioni della situazione».

Però nessuno ti ha ancora fatto fuori…

Forse perché il cinema, a livello industriale, non è una questione abbastanza importante. Ma se il giro d’affari fosse pari a quello del petrolio non sarei più qui.

Partiamo da zero. Potresti spiegare a un ragazzo giovane che non sa nulla di come funziona il cinema, cosa vuol dire fare il distributore di film all’interno del sistema distributivo italiano?

In principio è un lavoro bello. Vai ai grandi festival, t’innamori di un film e pensi, indipendentemente dalle chance commerciali, che i tuoi compatrioti lo debbano vedere. Lo compri, lo porti a casa ed iniziano i dolori. Quello che ti aveva entusiasmato improvvisamente ti sfibra. Intanto devi convincere la stampa. Ricordo de La ciénaga di Lucrecia Martel, visto al festival di Berlino. Il nostro ufficio stampa chiama i caporedattori di Repubblica , Corriere , Stampa , Messaggero e ti dicono: Martel chi? C’è la conferenza stampa di Valeria Marini. Insisti: ti mando il dvd, ti giuro che è bellissimo, è una rivelazione. Ma nulla da fare, c’è la Marini. Con Repubblica una volta su due ci si riesce, con Stampa e Corriere mai. Con Manifesto , Unità e Liberazione qualcosa esce sempre. Bisogna armarsi d’infinita pazienza.

Lo stesso ragazzo giovane di prima potrebbe dirti che tanto i quotidiani non li compra mai e s’informa su internet…


Anche il web è molto parziale. Vado sulla home page di Virgilio o Hotmail e si parla solo di Belen Rodriguez, Paris Hilton o del video con Fabrizio Corona. Internet, anche se ha un linguaggio più giovane, è immagine e somiglianza di tutto il resto.

Cos’è cambiato a livello culturale in Italia per arrivare a questa omogeneizzazione su pochi e riconoscibili argomenti non tanto del cinema, ma del sistema dello spettacolo?

All’ultimo festival di Taormina Jessica Lange ha ricevuto un premio. Vent’anni fa era una delle maggiori attrici di Hollywood, ora è vista come un animale strano perfino a Taormina. C’è qualcosa che non va nel sistema culturale mondiale, non solo in quello italiano. E’ come se la parte bassa dell’istinto umano avesse preso il sopravvento totale: non voglio vedere, studiare, leggere. Chi è Dostoevskij? Chi è Lubitsch? Qualsiasi sforzo mentale non deve più essere fatto. Grande fratello o Paris Hilton, basta che mi diverta. Si cerca la leggerezza a tutti i costi o forse il mercato ha imposto questo. In Italia, comunque, il problema è riconducibile alla politica: Berlusconi, nonostante gli scandali, non è crollato e se dovesse chiedere il consenso popolare lo riavrebbe. Berlusconi è un prodotto del suo stesso marketing. Un ragazzo di 18 anni che va a votare oggi non vota per uno come Bersani di cui non ha mai sentito parlare, ma di Berlusconi che è come Lino Banfi, un riconoscibile e affidabile nonno di famiglia. Se vai al supermercato compri la marca di detersivo di cui hai sempre sentito o lo Sbiancatutto mai sentito nominare? Compri quello che ti è familiare, così per il cinema. Si va a vedere L’era glaciale perché se ne parla. E non andiamo a vedere I racconti dell’età dell’oro perché la società di distribuzione dovrebbe fare un tale lavoro di spesa e denaro, milioni e milioni di euro, per vedere lontanamente riconosciuto il prodotto, senza mai veder tornare indietro i soldi spesi.

Com’è andato in sala “Ricky”, l’ultimo film che avete distribuito?

E’ andato come il resto dei film un po’ diversi dalla solita pasta. Trenta copie distribuite a fatica. La gente preferisce vedere Baaria .

Che tipo di lavoro va fatto per distribuire le copie in sala?

Dopo aver fatto uscire qualche articolo sui giornali, c’è il gradino della pubblicità. In Italia le due grandi compagnie tv, Rai e Fininvest, hanno le loro società di distribuzione cinematografica (01 e Medusa). Se la 01, per esempio, deve comprare spot per Lo spazio bianco alle 20e30 dopo il Tg1, ha uno sconto alto dalla Rai, cioè loro stessi; se lo deve comprare Teodora non se ne parla. Non c’è uguaglianza di prezzi per tutti, non c’è possibile concorrenza. Terzo gradino: il problema delle sale. Parecchi anni fa, quando distribuii il mio primo film a Roma, chiamai Fabio Fefé del Circuito Cinema, persona di ampie vedute che mi fece uscire in una delle sue sale. Ci accordammo con una stretta di mano. Riuscì a far uscire una copia, che all’epoca mi costava un milione di lire, anche a Milano. Il film andò abbastanza bene, uscendo a fatica a Firenze, Bologna, Torino. Ma stiamo parlando di un film e non di un’azienda di distribuzione di più film che magari vuole uscire in diverse sale una volta al mese. E’ qui che sono dolori, non basta più conoscere persone corrette come Fefé. Cosa comporta infilarsi in mezzo a questi infernali ingranaggi distributivi? Un esempio pratico. Prendiamo una piazza difficile in cui uscire: Lucca. Poniamo che riesci a convincere un singolo esercente ad avere Irina Palm . Se però nello stesso momento, e questo accade praticamente di continuo, uno dei due colossi italiani vuole in sala che so, anche un film “colto” come l’ultimo Woody Allen, se l’esercente dice che ha già preso Irina Palm allora il grande distributore ti dice: “Bene allora non avrai più Aldo Giovanni e Giacomo, Julia Roberts, Benigni”. Così l’esercente per sopravvivere deve cedere: scarta il film Teodora e proietta quello dei grandi distributori visto che tende a garantirgli quella che si definisce continuità di prodotto.

Dai dati Anica del 2008 risulta che ben undici piccole case di distribuzione italiane (Teodora ha lo 0,33% con due milioni d’euro incassati; Lucky Red 2,90 con 17milioni; Fandango 0,38 con 2milioni e due) sommate insieme fanno la quota d’incasso soltanto di 01 (11,10%, 66milioni). Medusa ancor più in alto 16,60% e quasi cento milioni di euro incassati. Difficile sopravvivere…


Gli undici citati, tra cui De Paolis della Bim, Occhipinti della Lucky Red, Procacci della Fandango sono singoli imprenditori privati. 01, invece, è parte della Rai a capitale statale. Medusa, parte di Fininvest, è una percentuale irrisoria del più grande gruppo d’investimento italiano. Allora è difficile parlare di libera concorrenza. 01 e Medusa fanno capo alla televisione e sono difficilmente suscettibili alle fluttuazioni di mercato. Come Teodora distribuiamo circa cinque titoli l’anno e basta che mi vada male due volte un’uscita e chiudo. Se la stessa cosa accade per Medusa, la società madre ripiana il debito e rifinanzia, idem per 01. Teodora, diversamente da loro, è in attivo, è più sana, ma rischia di chiudere quotidianamente.

Puoi lanciare una proposta per far crescere altre aziende in modo sano e sconvolgere quello che tempo fa hai definito “un mercato in caduta libera”?

Prima di tutto la tv italiana dovrebbe avere veri e seri obblighi nei nostri confronti. La legge Veltroni 346/97 è stata fatta male. Che le televisioni fossero state obbligate a investire nel cinema è stato tradotto in maniera selvaggia dalle tv, sia Rai che Mediaset: facciamo i nostri film e li distribuiamo in sala. Così facendo i maggiori soggetti del cinema italiano ne sono diventati anche i suoi proprietari. Sky non è esclusa dal ragionamento. Anche loro hanno una quota obbligatoria di film europei da trasmettere per raggiungere le quote previste, ma vanno a recuperare film di serie z americani che hanno in coproduzione, che so, la Germania. Si guardano bene dal comprare film Sacher, Archibald o Teodora.

Una sovvenzione statale magari per pagare meno tasse farebbe comodo?

Io distributore cinematografico non devo ricevere dallo stato soldi per fare questo lavoro. Semmai, più che agevolato, dallo stato dovrei essere tutelato. La Teodora paga le tasse, ma deve essere messa in condizione di lavorare liberamente, ci deve essere libera concorrenza: se vado a comprare pubblicità devo pagarla quanto le altre società di distribuzione. Se la tv deve occupare il mio mercato, io devo occupare il mercato tv. Rai e Fininvest stanno sul mercato in maniera agevolata: producono, distribuiscono e, nel caso di Fininvest, possiedono anche le sale. Se mi levano tutto lo spazio me lo devono restituire in qualche modo. S’inneggia tanto al libero mercato, ma in pratica sembra non esistere concorrenza… Gli americani che non sono dei veri comunisti, fin dal 1948 hanno siglato una legge antitrust che toglieva alle Big Five (Warner, Rko, Fox, Mgm, Paramount) la possibilità di controllare tutta la catena (produzione, distribuzione e esercizio) del cinema. In Italia Medusa ha produzione, distribuzione, esercizio, agenzie pubblicitarie, home video, editoria. Allora di che stiamo parlando? Il vero comunista in Italia è Silvio Berlusconi. E tutto questo gli è stato permesso da molti suoi avversari che non hanno mai promulgato una seria legge su questo enorme conflitto d’interessi. Tema che non tocca come tutti credono solo la televisione, ma ancor di più il sistema cinema italiano.